La crisalide e la farfalla

La crisalide e la farfalla

di Valentina Pirrò
 
Riflessioni sul processo evolutivo. O sulla funzione della psicoterapia. 
Ciò che per la crisalide è la fine del mondo, il mondo la chiama farfalla. 

La farfalla è in natura il simbolo dell’ineludibile divenire dell’essere. Per sua natura è cambiamento, transitorietà, precarietà ed infine colorata e leggera manifestazione dell’effimero. La sua breve mutazione avviene in quattro fasi: da uovo, a bruco, a crisalide e finalmente a farfalla, che è soltanto l’ultima di queste forme in cui si manifesta l’essere. Si sperimentano in natura una serie ordinata e veloce di diverse nuove identità: io sono uovo, bruco, crisalide e farfalla. Ma, a ben vedere, il vero Io può trovarsi solo nel divenire, io sono il mio cammino. Dei quattro stati in natura, uovo, bruco, crisalide e farfalla, quello di crisalide è sicuramente il più affascinante, proprio perché è in questo che l’animale si trasforma da essere strisciante e di terra (bruco) a essere volatile e di cielo (farfalla). Già il suo nome, dal greco  χρυσός (chrusòs) = oro, a sua volta, dalla radice sanscrita ghr- o ghar- , poi  hr- o har- che rappresenta l’idea di risplendere o di ardere. Nulla in natura è più luminoso di ciò che prepara alla vita, è la vita che sorge ancora perché è bramosa di sé, nulla è più forte di una nuova speranza. Ma la speranza va nutrita e protetta: una volta maturo, il bruco si fissa ad un ramo o ad una foglia e tesse un bozzolo di seta trasformandosi in Crisalide. La Crisalide è immobile, è un Io la cui dimensione è l’attesa, la pazienza, la forza di resistere al vento ed alle tempeste, è un Io che si nutre di fiducia. E’ nello stato di Crisalide che avviene la vera e propria trasmutazione. Ma la vita di una farfalla è troppo breve per pensare alla pienezza. Ed allora occorre pensare che le diverse forme che assume questo insetto, siano solamente funzionali ad un fine che non è la sola meta del viaggio “la farfalla”, ma l’espressione del movimento vitale che essa incarna. Se la Crisalide si attaccasse alla propria forma non riuscirebbe mai a diventare farfalla, è dal suo sacrificio che può nascere l’ultima dimensione del sé. Anche l’uomo è un divenire, il susseguirsi di stati naturali, fisici, psichici, spirituali, in un tempo sì molto lungo, ma altrettanto segnato dalla necessità del cambiamento in quanto tale. Nella sua storia, accade ineludibilmente che tale processo attraversi una fase critica: è ad uno snodo cruciale, un giro di boa per cui nulla è più come prima, oppure ha subito un arresto o invece avanza nonostante lo stesso desidererebbe ostacolarlo perché non lo vede o non lo accetta. Ogni anomalia del naturale divenire, allora, genera disagio che, quasi sempre, si manifesta dentro al sé o anche fuori, attraverso una fatica che pare insostenibile, un sintomo, una rottura o un conflitto nelle relazioni e nei contesti di vita quotidiani o un desiderio di fuga E’ in tale naturale difficoltà che si colloca l’opera del terapeuta. Ed allora, il sintomo o il “problema” per il quale una persona decide di chiedere aiuto al terapeuta, rappresenta l’occasione per esplorare tale processo, piuttosto che qualcosa da rimuovere. L’essere centrati sul solo problema/sintomo da rimuovere, nega, a ben vedere, a chi chiede aiuto, la possibilità di comprendere e dar senso a quanto sta succedendo in quel momento storico, in quello specifico contesto. La psicologia che corregge deficit e quella che promuove sviluppo non solo rimandano a due ambiti concettuali diversi, ma anche a due mondi emozionali differenti (Paniccia et al., 2008). L’intervento volto a correggere deficit, tende, nei limiti del possibile, a ripristinare la funzionalità perduta. A risolvere, togliere di mezzo il problema. Problema visto come un ostacolo che si è messo di traverso all’interno di un cammino sostanzialmente lineare. Si riprenderà il percorso interrotto, una volta che l’intervento abbia avuto successo. Altro è invece la possibilità di considerare l’obiettivo dell’intervento non come la risoluzione di un deficit dell’individuo, ma lo sviluppo della sua competenza a organizzare e ripensare le relazioni nei propri contesti di riferimento, contesti che consideriamo in continua evoluzione, ad essere capace di ripartire anche quando la meta sembra raggiunta, con la consapevolezza che solo nella ricerca di sé è possibile trovare risposte. In questo la natura è maestra: se i cambiamenti e la sofferenza che sperimenta il bruco fossero interpretati come limite, il processo di crescita verrebbe interrotto, nella speranza di ripristinare lo status quo, e la farfalla non sarebbe mai tale. All’interno del setting terapeutico, attraverso la relazione istituita con il terapeuta è possibile sperimentare, interpretare, dare un senso all’esperienza, in quel preciso momento storico, proprio con l’intento di poter mettere in discussione le certezze sulla base delle quali la persona ha fino a quel momento vissuto. Così vissuta la psicoterapia diviene un’esperienza fatta di attese, frustrazioni e aspettative, ma anche di creatività, divertimento, sentire e sentirsi. Un gioco di emozioni che rappresentano strumento prezioso di conoscenza di Sé. Come sosteneva Winnicott il gioco è un’esperienza creativa, e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità, “grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri, la realtà, e le sue frustrazioni” . In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, e solo qui, in questa terza area neutra e intermedia tra il soggettivo e l’oggettivo, può comparire l’atto creativo, che permette al soggetto di trovare se stesso, di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé. Questo percorso avviene per gradi, perché la sua essenza è il divenire. Un divenire imprevisto ed imprevedibile, come quando i bambini giocano con le costruzioni. All’inizio è difficile trovare gli incastri. Lentamente le mettono insieme e creano delle forme che sembrano avere un senso, a volte sorprendono perché, in pochi gesti, stravolgono la logica lineare del pensiero. Così mentre ci si aspetta che i pezzi più grossi vadano alla base e quelli più piccoli in alto, loro ti stupiscono elaborando creazioni che prendono forma e vita in maniera inaspettata. In quella forma si può immaginare qualsiasi cosa. Dunque, la creatività, diventa la capacità di realizzare qualcosa all’interno della relazione terapeutica mediando tra attese, aspettative e frustrazioni, tra mondo esterno e interno. Nel suo libro “Danzando con la famiglia”, Withacker si sofferma sul concetto di crescita. Dichiara che chiedersi se la terapia abbia avuto successo, è pericoloso. La terapia rappresenta piuttosto, un processo di sforzo verso la crescita, un luogo sicuro all’interno del quale capire le emozioni che si provano in relazione alle esperienze che si vivono, un’occasione per sviluppare le risorse personali e farle proprie, riattivando la propria storia evolutiva verso il volo della farfalla.  

Bibliografia:

Paniccia R. M. Giovagnoli F. Giuliano S. Per una psicologia clinica dello sviluppo. La competenza a costruire contesti come prodotto dell’intervento. Rivista di Psicologia Clinica 1-8 Winnicot D.W. (1974), Gioco e Realtà, Armando Roma Whitaker  C.  (1988),  Danzando  con  la  famiglia.  Un  approccio  simbolico-esperienziale, Astrolabio-Ubaldini, Roma
 
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7 Gennaio 2021 14:07

Complimenti dottoressa. Articolo che merita assolutamente di essere letto e condiviso. Molto bello, ma non poteva essere diversamente, visto la sua grande esperienza e professionalità.